Censis rapporto annuale avvocatura

L’avvocatura italiana si percepisce fortemente come sistema in netta crisi, non solo economica, ma anche di ruolo e di identità professionale.

E’ quanto emerge dal Rapporto Annuale sull’Avvocatura Italiana commissionato al Censis dalla Cassa Forense – Anno 2016.

Dalla lettura in dettaglio dei dati si rileva che il 79,7% degli avvocati giudica l’avvocatura italiana in forte crisi professionale ed economica; il 17,3% in fase di ripensamento del proprio ruolo e della propria identità; il 2,3% in fase di rilancio, al fine di ridefinire un ruolo nuovo dal punto di vista professionale; e, infine solo lo 0,7% degli avvocati ritiene l’avvocatura in crescita ed evoluzione (tab. 23).

E’ indubbio che si tratta di una categoria in profondo cambiamento e anche in profonda crisi, attanagliata da problematiche di diversa natura (economici, culturali, identitari, professionali, ecc.) sia esogene che endogene al proprio sistema, (in via prioritaria vengono segnalate: il mancato pagamento delle fatture; il peso crescente dei costi degli adempimenti normativi burocratici o fiscali; il calo della domanda; la concorrenza sleale, ecc.).

Per il 59,6% degli avvocati intervistati però, il problema principale è la perdita di prestigio della professione; subito dopo viene, per il 49,4%, l’inefficienza del sistema giudiziario; quindi, per il 47,6%, l’abbassamento della qualità professionale; poi, per il 44,8%, l’eccessivo incremento dei professionisti; ancora, per il 30,5%, la crisi economica; per il 20,6% le difficoltà di avvio della professione; per il 10,6%, l’immagine ancora stereotipata legata a luoghi comuni; per il 7,9% la mancata evoluzione verso un modello più aperto verso la collaborazione con altri professionisti e alle esigenze di mercato; per il 7,4% il forte divario di genere che esiste all’interno della categoria, per il 5,1%, la crescente inadeguatezza dei percorsi formativi rispetto alle esigenze di mercato; e infine, per il 4,8% la concorrenza proveniente dallo sviluppo di altre professioni (tab. 24).

Estremamente interessanti i risultati sull’orientamento degli avvocati nell’offrire servizi dedicati a segmenti di mercato specifici.

Si è chiesto, infatti, se i servizi offerti dallo studio siano rivolti ad un segmento di mercato specifico oppure no. Al quesito solo l’11,1% del campione intervistato ha risposto positivamente; mentre l’88,9% del campione ha dato una risposta negativa.

I dati d’indagine delineano il profilo di una professione organizzata fondamentalmente su base individuale, quasi il 70% degli avvocati risulta essere titolare unico di studio, ed articolata largamente in microstrutture, quasi il 65% degli studi si compone al massimo di tre persone complessivamente.

Il 66,6% degli intervistati dichiara, infatti, di essere il titolare unico dello studio. La percentuale sale al 76,4% nel Mezzogiorno, viceversa scende al 59,9% nel Nord del Paese.

Sempre osservando la struttura organizzativa della categoria, solo il 13,4% degli avvocati risulta essere contitolare di uno studio associato ed un esiguo 0,7% contitolare di studio in forma societaria; mentre, altre forme di collaborazione, retribuita 14,9% e non retribuita 4,4%, rappresentano la restante parte degli avvocati (tab. 1).

Se il modello prevalente è quello di strutture individuali, la dimensione tipo dell’organizzazione del lavoro è generalmente quella della microstruttura. Nel 38% dei casi l’avvocato è l’unica persona a lavorare nello studio e il dato sale al 47,9% nel Mezzogiorno; nel 25,5% dei casi nello studio lavorano, compreso l’avvocato, massimo tre persone, nel 27,2% dei casi nello studio lavorano, compreso l’avvocato, tra le 4 e le 9 persone; infine, solo nel 9,4% lo studio conta nel suo complesso personale pari a 10 o più persone (tab. 2).

Venendo alla distribuzione dell’attività professionale sulla base del reddito prodotto, risulta come la tipologia di attività largamente prevalente sia l’assistenza giudiziale che rappresenta ben il 65,9% dell’attività fiscalmente dichiarata dagli studi (il dato sale al 73,8% nel Mezzogiorno del Paese), segue ad una certa distanza l’attività “consulenziale” che rappresenta il 28,7% del fatturato dagli studi, infine l’attività di mediazione e/o arbitrato, che rappresenta il restante 5,4% dell’attività dichiarata dallo studio (tab. 5).

L’avvocatura risulta oggi essere, infatti, ancora fortemente concentrata sull’attività giurisdizionale piuttosto che su quella stragiudiziale, poco propensa alla specializzazione, estremamente orientata al diritto civile, molto meno al diritto penale, al diritto amministrativo, quasi per nulla al diritto internazionale. Estremamente interessanti sono infatti i risultati sull’orientamento degli avvocati nell’offrire servizi dedicati a segmenti di mercato specifici.  Al quesito se i servizi offerti dallo studio siano rivolti ad un segmento di mercato specifico oppure no solo l’11,1% del campione intervistato ha risposto positivamente; mentre l’88,9% del campione ha dato una risposta negativa (tab. 4).

Il dato sembra indicare, anche qui, la trasversalità e la flessibilità che ancora caratterizzano la professione legale, ma al tempo stesso la scarsa propensione a specializzarsi su singoli settori di mercato. Andando ad approfondire di cosa si vada componendo quell’11,1% del campione intervistato che rivolge i propri servizi professionali a specifici segmenti di mercato, emergono, pur nell’esiguità dell’indicatore, i settori più disparati: tutela dei consumatori, recupero del credito, assicurazioni e settore bancario.

Andando ad osservare i dati relativi al mercato nell’ambito del quale si muove l’attività libero professionale dell’avvocatura italiana, emerge che la categoria ha ricalcato il modello di sviluppo socio economico del Paese. L’Italia è notoriamente cresciuta sul localismo, sulle microstrutture produttive, sul protagonismo dell’individualismo dei soggetti economici; e con essa è cresciuta e ha proliferato anche l’avvocatura italiana, improntata allo stesso modello di sviluppo, attraverso il quale sta oggi cercando di preservare se stessa per sopravvivere alle difficoltà congiunturali ed ai profondi mutamenti strutturali del mercato.

Il mercato di riferimento dell’attività professionale dell’avvocatura italiana è, infatti, quasi per 3/4 un mercato locale, assai più raramente raggiunge il livello regionale, ben di rado quello internazionale.

L’attività internazionale rappresenta, infatti, solo il 2,3% del mercato dell’attività professionale degli avvocati. Il dato non può non far riflettere, laddove si consideri che l’Italia nell’export di prodotti e servizi ha uno dei pilastri fondamentali della propria economia. Sarà proprio da queste tipologie di incongruenze che dovrà partire una riflessione ragionata sull’approccio al mercato della avvocatura italiana, nell’ambito di una più ampia riflessione sugli itinerari di evoluzione e sviluppo della professione.

Peraltro, oggi l’avvocatura si rivolge al mercato scommettendo ancora poco sulle potenzialità offerte dall’ICT, solo una minoranza degli studi (circa ¼), infatti, si è dotata di un proprio sito e solo una percentuale ancora molto marginale utilizza la piattaforma informatica dello studio per interagire con la propria clientela.

Analogamente, i dati mostrano come la modesta propensione a fare network con altri professionisti (30%) lasci ancora ampi spazi alla costruzione di rapporti e relazioni professionali in rete.

All’ICT e al networking vengono preferiti i tradizionali canali relazionali di natura personale e fiduciaria per la promozione della propria attività professionale sul mercato. Passaparola tra clienti e relazioni sociali/amicizie risultano essere a larghissima maggioranza i principali canali di promozione dell’attività professionale sul mercato. Tra gli aspetti, poi, dell’attività libero professionale che gli avvocati ritengono maggiormente apprezzati dai loro clienti, il “rapporto diretto con il titolare” e “un rapporto di fiducia consolidato nel tempo” sono indicati da quasi la metà degli avvocati, e ritenuti addirittura prioritari rispetto alla rapidità e/o all’efficacia nella trattazione della pratica oggetto del rapporto professionale.

Sono tutti dati, questi ultimi, che convergono nel sottolineare il primato del personalismo e il protagonismo del soggetto come elementi caratterizzanti le relazioni degli avvocati con il proprio mercato di riferimento; caratteristiche che, peraltro, tornano sovente in molti degli aspetti che compongono il profilo identitario dell’avvocato restituito dall’indagine.

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